Simmetria

(facile scrivere dritto per dritto, più difficile è farlo al rovescio, in modo simmetrico) Simone Bachechi

Giulio disse: “miseria, mi sento come se fossi storto, il mio tronco non è più dritto e simmetrico come dovrebbe essere e questo mi preoccupa”.

“Tu mi preoccupi” disse Luca.

“No no ti dico non era così, ora che siamo quì me ne rendo conto anche solo camminando o stando disteso. Mi sento storto, cambiato dentro, la conformazione dello scheletro, per esempio se mi stendo…quì, dammi il tuo asciugamano Franco”.

Parlava con il ritorno di fiamma, come le macchine da rally.

“Prendi prendi prendi…non voglio sembrare complice di una crisi di simmetria” se la rise Franco.

“Non scherzare…guarda, sia che mi metta supino che prone non c’è simmetria, devo spostare qualcosa….o la pianta del piede o il busto, non c’è ordine, non c’è simmetria e questo adesso mi dà fastidio e mi causa dolore…”

“Non siamo mica pioppi… obiettò Franco,  “è normale che sia così…il tuo corpo si adatta al mondo circostante, se non era così tu stesso non ci saresti stato e per esteso tutti noi umani non ci saremmo, si chiama evoluzione…il contrario ha un nome…”

“A me sta accadendo ora rispose Giulio e sono preoccupato. Guarda, quando cammino, non mi vedi grigio e storto?”

“beh… effettivamente” gli sogghignò nell’orecchio Franco.

“E alloraaaaa?” Si imbufalì subito dopo.

“Voglio fare qualcosa, qualcosa è cambiato dentro di me e questo mi fa paura…ho paura che qualcosa di estraneo mi stia crescendo dentro”.

Franco sbuffò potentemente e con stoica pazienza disse a Giulio:

“mettiti disteso, ti spiego la postura del disteso…è normale che sia così…guarda…”

Airtemmis

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FIRENZE L’E’ PICCINA

Mina si trasferì a Firenze nel 1979. Allora già si sentiva nell’aria qualcosa di nuovo e per nulla di antico. Gli anni ’70 erano veramente finiti, ci avevano gentilmente pensato le BR a giustiziarli un anno prima, insieme al corpo abbandonato di Aldo Moro, nel bagagliaio di una orribile Renault 4 grigia o rossa, secondo lo sguardo tele o meno visivo. Quel bianco e nero catodico che aveva sfibrato dieci lunghi anni di lotte intense e snervanti stava finalmente prendendo colore, attimo dopo attimo, giorno dopo giorno, nonostante un senso di terribile sconfitta aleggiasse su un’intera epoca. Eppure era un sollievo, una liberazione, era un arrendersi che presupponeva una preparazione ad una vittoria non più sperata né reclamata ma veramente alla portata, su un piano naturale opposto e differente, una redenzione distopica da una realtà di eventi eccitanti e diversi. La politica era finita, il punk appena nato, i compagni erano morti, la rivoluzione era in atto.

Quando cominciò tutto? Un giorno Firenze si è svegliata e tutto era esploso,  il cielo sopra la città era annuvolato da questa perenne aria di festa, come se tutti si aspettassero qualcosa di nuovo e eccitante ogni giorno. Per nove lunghi brevissimi anni, finché il vento non è cambiato, le nuvole scoppiate, lo spirito dissolto, e la tragedia fu immanente.

Allora non era possibile immaginare che tutto sarebbe finito così in fretta e in modo tanto orribile. Nessuna di loro possedeva coscienza di una rovina così rapida e letale.

Linda arriva a Firenze nel 1982. Il mondo era nostro e tutto era possibile. Conosce Mina al DANZICA, che allora è LA discoteca new-wave di Firenze, il posto in cui sette giorni su sette è vietato mancare. Una notte di gennaio suonano due giovanissime band fiorentine, da allora e per sempre i migliori in città. I primi già suonano mentre al centro del palco da una vera bara di legno esce il cantante che comincia ad urlare e si butta sul pubblico in pieno furore punk londinese. È un performer straordinario e sensuale quanto basta per far perdere la testa a chiunque in sala, uomini o donne che siano. Il secondo gruppo ha un nome decisamente fotografico che è impossibile dimenticare. Il leader suona la chitarra ma non canta, al microfono un ossesso imita la danza malata di Ian Curtis che intanto riposa in pace. Per l’intera nottata Linda non fa che fotografare, la reflex che ha al collo è la sua chitarra personale. Mina nel pubblico è bellissima ed è impossibile non notarla: il suo taglio di capelli è unico ed epico, completamente rasati sul lato destro, quaranta centimetri di ciuffo a sinistra, tra sei mesi nessuno al Danzica non l’avrà imitata. Mina è un’attrice, già da due anni lavora con le compagnie fiorentine le più spettacolari e intransigenti, quelle che predicano oramai da tempo la contaminazione assoluta tra il teatro la musica la moda e il design. Mina è la musa della WARSZAWA, della FURORE!, della OSCURO SCRUTARE, le esperienze teatrali più entusiasmanti e all’avanguardia della scena cittadina. Linda verrà travolta dall’energia e dalla creatività di Mina, dalla sua voglia di protagonismo, dai suoi eccessi e dalla sua esaltazione. Da quella sera saranno inseparabili creature della notti fiorentine, insieme a Marion, delle tre l’ultima arrivata.

Marion Gainsbourg lascia Lione nel 1983, stanca del provincialismo snob francese. Qualche tempo prima suo fratello Jerome le ha fatto ascoltare Half Mute dei Tuxedo Moon: è la scossa di cui ha bisogno, lo stancante e ripetitivo punk dei Pistols e dei Ramones comincia ad annoiarla. È pura new-wave dell’epoca, cupa e inquietante, decadente e sconvolgente, Berlino e Mittel-Europa allo stesso tempo. Marion ha le idee chiare sul suo immediato futuro italiano, ad attenderla a Firenze è la musica, che per lei allora è già tutto, ma da protagonista. 

È il 1984. Mina Westuff a Firenze è una diva, non c’è boutique che non l’abbia eletta modello di eleganza e bellezza. Non c’è teatro off in Italia che non abbia accolto una delle sue epiche e leggendarie performance fisiche e corporee, oscene di carne e di corpo che è la sua arte. Linda testimonia il tutto con scatti tesi e nervosi, scarni e rigidamente in bianco e nero. Oltre alla fotografia ha intanto scoperto una nuova passione, la scrittura, il racconto di ciò che vede e che cattura, prima della sua reflex, oltre lo scatto dell’otturatore. Ha fondato le BR, le BUONE RAGIONI, rivista di proto-lettere, interpunzioni grafiche e rabbia senza speranza, periodico cinico e insofferente che racchiude il meglio delle varie e variegate intelligenze che la città esprime in quel momento. Marion ha messo su e disfatto LE BAGNATE, violentissimo trio punk femminile, e ora è l’anima delle IRA LEVIN, ensemble cupo e inquietante in cui la no-wave più estrema di derivazione newyorkese riesce a fondersi con una elettronica di stampo teutonico in apparenza dura e inaccessibile. Firenze è conquistata, i concerti del gruppo sono un bagno di folla sudore e sangue, mai si erano visti spettacoli tanto intensi e coinvolgenti, intimi e repellenti. Al BLUE MONDAY, alla SCATOLA NERA, al NASTRO o al METRO, in tutti i locali più importanti delle notti fiorentine, tre saranno gli elementi che non mancheranno mai: Mina Westuff, la musica delle IRA LEVIN e l’eroina.

Firenze cambia. Da energica e veloce la città sta diventando all’improvviso fatale e pericolosa. E soprattutto stupefacente.

1986. Marion è la prima, d’altronde è l’ultima arrivata. Il 31 dicembre 1985 festeggia lo strepitoso successo delle IRA LEVIN allo STEIN con due grammi e mezzo di eroina: overdose immediata ma non letale. Soltanto una settimana più tardi il gruppo avrebbe dovuto cominciare le registrazioni del primo disco con l’OFFICINA RUMOROSA, la più importante etichetta indipendente della città, che subito rescinde il precontratto. Nei mesi successivi le tensioni all’interno del gruppo aumentano e diventano ingovernabili alla vigilia del già fissato tour italiano estivo: una settimana prima della partenza, il gruppo si scioglie, la tournèe annullata. L’occasione persa danneggerà irreparabilmente la carriera della musicista francese, che inutilmente tenterà la strada dell’elettrodance commerciale con LA FAÇADE NOIRE, in duo con il suo compagno e rinomato pusher fiorentino Maurizio Cervi, fino al primo arresto a fine 1986.

1987, è il turno di Mina. Da un anno non recita più, non può più farlo. I suoi nudi spettacolari in scena sono diventati macabri 49 chili in esposizione e vene affondate e trombosi esplosive e piedi e mani maciullate. Mina si fa tre grammi di eroina al giorno, la si vede solo di pomeriggio alla stazione, nessuno più la cerca. Ma Mina ha bisogno di soldi e solo una cosa sa fare, recitare.

Romeo Landi non ha mai saputo chi fosse Mina Westuff, né mai lo saprà, ma l’accoglie volentieri nella sua scuderia, come ama chiamarla. La PINK MOON a Firenze è la prima e unica casa di produzione cinematografica 100% hardcore. Il mercato delle homevideo è in continua e perenne espansione. Il porno è facile da girare e non costa niente. Il set è la villa del Landi a Scandicci, nella splendida campagna fiorentina. Otto ore al giorno ben pagate, anche questo è a suo modo recitare.

La notte del 31 dicembre 1989 il VALIUM è caldo e sudato, sembra una estate, nonostante il gelo invernale. Il locale è strapieno, l’inaugurazione non poteva andare meglio, Firenze si è riversata in massa nell’ampio loft che accoglie il club più in della ormai ex capitale della creatività italiana. I MASTROIANNI IS DEAD, l’ultima rivelazione della morente new-wave cittadina, ha intrattenuto la folla per più di tre ore, in un concerto che difficilmente si potrà dimenticare. Linda di Maggio assiste soddisfatta alla riuscita della serata, cui ha contribuito in qualità di art director del locale. In più di un’occasione le è sembrato di rivivere le stesse sensazioni delle sue prime notti fiorentine, al DANZICA nei primi ’80, o all’ ELDORADO o al CHRISTIANE F qualche anno più tardi, nonostante l’invito della serata fosse lapidario: A MORTE GLI ANNI ’80 LUNGA VITA AGLI ANNI ’90. Ha voglia di fidarsi di questo slogan che lei stesso ha ideato, ma i ricordi sono più forti mentre il dj mette su le IRA LEVIN e qualcuna in sala sfoggia ancora 40 centimetri di ciuffo asimmetrico.

Gabriele Merlini

C’avete rotto il cazzo

Ho due cose da dire:

  1. Finora c’avete rotto il cazzo.
  2. Temo che da domani continuerete a romperci il cazzo.

Chi sono per dire le cose? Le cose cosa sono per essere dette? E chi si rompe di più il cazzo chi dice o chi è detto?

Ho fatto un sogno in cui la propaganda neo-psichedelica aveva ragione su tutto tranne che sulla psichedelia. Aveva ragione, la propaganda, sulla propaganda. Sui metodi, voglio dire, delle propaganda. E sui libri da consigliare e sulle ricerche filologiche e scientifiche – ah! e quelle storiche. Senza storia, la propaganda lo sa, non c’è propaganda.

Io sono stato propaganda, una volta. Poi mi sono rotto il cazzo. Questa propaganda invece non si rompe mai il cazzo. Politicizza tutto, perché è il suo stile di propaganda, che propaganda sé (o se? o ès? o sè? o ès) stessa, fino allo sfinimento e al disfacimento della materia nervosa di cui sono fatti i sogni, soprattutto se sono sogni del cazzo.

Io vorrei tornare ad essere propaganda. Vorrei tornare a studiare la filologia della propaganda, che propaganda il seme dell’avvenire. Purtuttavia, m’è sconcerto il pensar che codesto influsso de lo fungo me puote transustanziar.

Io fui propagandista metafisico. Seppur metafisico è colui che giammai si rompe il cazzo e altrettanto si rifiuta di esser rotto il cazzo. Il metafisico, anzi, desidera che qualcuno venga a fargli quelle domande: è veramente vero che lo fungo ti snellisce la panza, ma ti allunga la verga? Lo è ver che parlar la fiorente lengua del sottobosco ti aiuta a comprendere il significato della vita e della metafisica, che sono duemila anni che nessuno ha capito né l’un significato né l’altro? Duemila, per tenerci nell’epoca dell’Ecce Homo.

Due cose ancora voglio dire:

  1. C’avete rotto il cazzo.
  2. Continuerete a romperci il cazzo.

E prima erano i racconti e le riviste. E i libri e le sagre dei libri. E le presentazioni che manco per il cazzo si parla di letteratura, ma vi acconciate i capelli e date cataloghi di libri o propugnate la libertà di pensiero come se stesse vendendo la carta per pulirvi il culo. E forse, dubium dubio dubito, dovreste iniziare a presentare dai cessi (l’avanguardia, R. Mutt etc. etc.).

E infine:

49

“…Nel buio non ti accorgi di star perdendo gli occhi. Nel buio non ti accorgi di star mangiando i tuoi denti. Nel buio la tua pelle si confonde con la luna che intravedi dalla fessura. Undici giorni qui, di attesa e prigionia, che sono la stessa cosa. Per il mio bene, sostiene Z., ho scritto qualcosa sulla parete “Und es klagt die dunkle Stimme Über dem Meer”. Mi sento come il dimenticato sovrano del nulla, padrone di tutto e di niente, che sono la stessa cosa. La malattia ha quasi fatto il suo corso, dopo, porterò la cura…” F.K.

丨ㄥ 爪丨Ꮆㄥ丨ㄖ尺 丂匚尺丨ㄒㄒㄖ尺乇 匚ㄖ爪丨匚ㄖ 丨ㄒ卂ㄥ丨卂几ㄖ®

Nella foto: avvocati di Minimum Fax, Oristano 2019

29 ottobre

Benché suo padre avesse immaginato per lui un brillante avvenire nell’esercito, Alessandro Gori aveva finito per guadagnarsi da vivere con un mestiere insolito, cui non era estraneo, per singolare ironia, un tratto a tal punto amabile da tradire una vaga intonazione femminile.

Per vivere, Alessandro Gori comprava e vendeva nomi di uomini.

Era il 2011. Santoni stava scrivendo Se fossi fuoco arderei Firenze, l’illuminazione elettrica era stata inventata da oltre un secolo e Donald Trump, dall’altra parte dell’Oceano, stava combattendo una guerra di cui non avrebbe mai visto la fine.

Alessandro Gori aveva 32 anni. Comprava e vendeva. Nomi di uomini. Per la precisione, Alessandro Gori comprava e vendeva i nomi quando il loro essere nomi consisteva nell’essere luminose uova, di color giallo o grigio, immobili e apparentemente morte. In un solo centimetro quadrato del suo ippocampo se ne potevano tenere a migliaia. “Quel che si dice avere in testa una fortuna.”

Ai primi di maggio i nomi si pubblicavano, liberando una corrente che dopo trenta giorni di forsennata alimentazione a base di commenti, provvedeva a rinchiudersi nuovamente in un bozzolo, per poi evaderne in via definitiva due settimane più tardi lasciando dietro di sé un patrimonio che in condivisioni faceva mille metri di social grezzo e in denaro un bel numero di euro: ammesso che tutto ciò accadesse nel rispetto delle regole e, come nel caso di Alessandro Gori, in una qualche regione dell’Italia centrale.

30 ottobre

Parla la tua lingua, Alessandro Gori, e c’è una luce nel suo sguardo che è una mezza speranza.
È giorno di social, naturalmente, ma lui non c’è proprio, nella realtà. Preferisce star qui, invece, all’ombra di questa specie di vecchio blog di racconti, e non si può dargli torto – questa Verde Rivista, di polemica e meme scrostati dalla realtà, di erba tostata e illegali riprese di nomi pubblici di sghimbescio sulle bacheche della gente, con un paio di citazioni e insulti che sbucano da ciascuno.
Sono i desideri su vasta scala a fare il male. Lui è solo un ragazzo con una passione precisa, ma fa parte di una folla che sta protestando, migliaia di scrittori entrati su facebook e su instagram, gente che in strette colonne scrive maledicendo Verde sul social, e sebbene non siano uno sciopero o una rivoluzione, un vasto scossone dell’anima dell’ironia, si portano dietro il calore pulsante della grande polemica e i loro piccoli sogni e delusioni, i piccoli sogni e delusioni di Alessandro Gori, quell’invisibile nonsoché che incombe sulla litweb – uomini che scrivono libri e che provano a sfottere, la merda che dicono di avere nella loro testa, mentre insultano chi fa la stessa cosa loro.

31 ottobre

Proprio come un incipiente capogiro può essere annunciato da un cambiamento nel ritmo dell’acqua corrente, così Alessandro Gori, essendo un fatto troppo concreto per essersi abbattuto all’improvviso sulla caparbietà del mondo, si manifestò all’inizio tramite segni segreti – o così dovrei scrivere per farvi piacere, perché quale storia di Alessandro Gori potrebbe interessare se non fosse intrisa di segni segreti? – o quantomeno tramite presagi che solcarono le insenature e che nessuno dei nostri padri comici seppe subito interpretare, presi com’erano anche d’estate da attività non verdi, quando la feccia cantava sul web per tutta la durata dei lunghi e verdi giorni-polemica; perché il clima dell’ironia precedente era un clima grigio, una bacheca compatta di post che sbarrava le lamentele dorate delle vittime, così che ovunque andassero i commenti arrivava il fragore della negazione grigia, l’urlo da battaglia dei fan grigi, lo scoccare infame di frecciate grigie; mentre tutto l’anno questi fan erano bloccati dal Gori, bloccati dal grigio, fermi a osservare l’ironia grigia che come polvere cadeva tra i post grigi, mentre dalla testa che li pensava si allungavano nonsense grigio-argento.

1 novembre

Una mattina di fine ottobre, non molto prima che sul terreno screpolato e salmastro a ovest degli studi della Rai cominciassero a cadere le prime gocce delle inesorabili e interminabili piogge autunnali (il fetido mare di commenti sulla rivista fake del giorno prima avrebbe poi reso impensabile riaprire il social e quindi decisamente troppo riflettere su vie legali possibili fino allo smaltimento delle tossine), Alessandro venne svegliato dalla suoneria dei messaggi. Lo smartphone più vicino si trovava a quattro chilometri a sudovest, in un’altra abitazione, e il suo smartphone era ormai un rudere solitario, che non solo non aveva la suoneria, ma nemmeno l’altoparlante, distrutto il giorno precedente in un accesso d’ira, e la città era troppo lontana perché un suono potesse giungere da laggiù. E comunque: quei suoni squillanti e di presa in giro, sembravano provenire da qualcuno che sfotteva (“Forse qualcuno che vuole il mio successo…”), come se fossero un attacco squadrista.

2 novembre

Il terrore che sarebbe durato per ventotto anni, ma forse di più, ebbe inizio, per quel che mi è dato di sapere e narrare, con una barchetta di carta di giornale che scendeva lungo un marciapiede in un rivolo gonfio di pioggia.
Un bambino in impermeabile giallo e stivaletti rossi correva allegramente dietro alla barchetta di carta. La pioggia era tutt’altro che cessata, ma la sua violenza si andava finalmente allentando. Il bambino con l’impermeabile giallo era Alessandro Gori. Aveva sei anni. Suo fratello Alessandro, conosciuto fra i ragazzini della scuola elementare di Ortona a mare come Ale Sgarga, era a casa a smaltire i postumi di una brutta influenza. Nell’autunno del 1982, otto mesi prima che l’orrore si manifestasse definitivamente e ventotto anni prima del festival di Oristano Alessandro Gori aveva dieci anni.
L’acqua precipitava nell’oscurità in uno scroscio sordo. Era un rumore da brividi. Gli ricordava…

«Ah!»  L’esclamazione di terrore gli uscì insopprimibile come ai pupazzi ai quali si tira una cordicella per farlo parlare.
C’erano un paio di occhi gialli là dentro, come quelli che aveva sempre immaginato ma mai veramente visto in cantina.
«Salve, Ale».
Alessandro sbattè le palpebre e guardò di nuovo. Faticava a credere a quel che vedeva: sembrava il personaggio di un meme, o di quegli incontri di litwrestling interminabili nei quali si sa che tutti gli altri si stuferanno.
C’era il commissario D’Antuono nello scarico.

3 novembre

Lontano, nei dimenticati spazi non segnati sulle carte del limite estremo e poco à la page della spirale Ovest di internet, c’è una piccola e insignificante pagina verde.
A polemizzare intorno a essa, c’è un piccolo, ma importantissimo Alessandro Gori, le cui forme di comunicazione, discendenti mutanti dalle forme usate dai discendenti delle scimmie, sono così incredibilmente avanzate che renderebbero possibile far credere che gli orologi da polso digitali siano una brillante invenzione.
Questo Alessandro Gori ha – o aveva – un problema, e il problema era che la maggior parte dei post della piccola e insignificante pagina verde lo rendeva infelice. Per rimediare al guaio gli vennero in mente varie cose, ma queste perlopiù concernevano l’offerta di una quantità considerevole di pezzetti di carta verde in cambio del silenzio, una soluzione indubbiamente strana, visto che tutto sommato non erano i pezzetti di carta verde a placare nel Faraone la sete di sangue.
E così il problema restava inalterato: il faraone era meschino e Alessandro Gori era infelice, persino quando convinceva tutti a usare gli orologi digitali.
E poi, un certo giovedì, oltre duemila anni dopo che Ramses II aveva finito il primo dei suoi regni, una ragazza seduta da sola a un piccolo caffè capì a un tratto cos’era che per tutto quel tempo non era andato per il verso giusto.
Purtroppo però, prima che la ragazza riuscisse a raggiungere un telefono per comunicare a qualcuno la sua scoperta, successe una stupida quanto terribile catastrofe, e di quell’idea non si seppe mai più nulla.
Questa non è la storia della ragazza. È la storia di quella stupida quanto terribile catastrofe, e di cosa fece Alessandro Gori.
È anche la storia di un pdf, un pdf intitolato Cadillac, un pdf non vero e mai pubblicato da Cadillac, e che, fino al momento della terribile catastrofe, era completamente ignorato da Alessandro Gori. Tuttavia, si trattava di un pdf notevolissimo.

4 novembre

Molti anni dopo, di fronte al pubblico di una serata cabaret in un caffè libreria di Cagliari, il comico Alessandro Gori si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto al Louvre, nell’ala egizia. Il web era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito ai margini degli imperi televisivi dalle pubblicità di cattivo gusto che si riproponevano sempre uguali a se stesse, irreali ed enormi come uova preistoriche. Il computer era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni, verso il mese di marzo, uno zingaro su un blog di splinder cencioso pubblicava un post di arruolamento per un progetto “di protolettere e interpunzioni“, e con grande frastuono di aggettivi e paroloni si rendeva già inviso ai più. Prima disse che sarebbe stata la cosa più grande dall’invenzione della calamita, l’ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia. «Le persone hanno centinaia di vite proprie» proclamava lo zingaro con aspro accento, «si tratta solo di prendergli l’anima».

5 novembre

A quindici anni diede alle stampe il suo primo libro di poesie, “Sgarga riflesso”, che gli valse una discreta posizione nell’immensa galleria di poeti dell’alta società ortonese. Da allora fu assiduo frequentatore dei salotti di Oblique e Tommaso Pincio, dittatori della prosa e della lirica e del buon gusto sui due versanti della Camosciata agli albori del ventunesimo secolo. I suoi primi componimenti, com’è logico, parlano di se stesso, di trote di fiume sub-pescaresi e della sua professoressa di francese. Si baloccò con l’idea di fondare un ministero. Imparò a rispondere, quando serviva, “stocazzo”.
Nel 2017 conosce l’allevatrice industriale Antonia Varelli, di vent’anni più vecchia di lui. Tutti rimasero meravigliati quando in capo a poche ore erano in guerra. Secondo testimonianze vicine a Varelli lei disprezzava il citazionismo in generale e i suoi post obliquamente riflessivi in particolare, ma non era del tutto priva di sensibilità artistica (e saltuariamente andava a passeggiare con Ippolita Luzzo) e nella conversazione superava il livello di certi grandi vecchi critici che la corteggiavano.
Gli amici di Alessandro Gori, aruspici e illusionisti pastori dei racconti di Alessio Mosca, lessero negli intestini dei lupi della marsica che se avessero continuato così i due si sarebbero sposati, e lo avrebbero fatto per amore, un amore che né lui né Varelli avrebbero saputo spiegare e che sarebbe perdurato incrollabile fino alla morte.

6 novembre

Lo Sgarga, luce della mia vita, like dei miei social. Mio peccato, anima mia. Lo-sgar-ga: la punta della lingua compie un percorso di tre passi sul palato e si accosta, in ultimo, contro il velo. Lo. Sgar. Ga.
Era Lo, semplicemente Lo al mattino, ritto nel suo metro e ottanta con un calzino solo. Era Ale in pantaloni del pigiama. Era lo Sgargabonzi negli ambienti in. Era Gori sulla linea tratteggiata degli assegni. Ma tra le mie braccia era sempre Lo Sgarga.
Un suo simile l’aveva preceduto? Ah sì, certo che sì! E in verità non ci sarebbe stato forse nessuno Sgargabonzi se un’estate, in un principato sul mare virgola, io non avessi amato un certo iniziale Luttazzi.
Oh, quando? Tanti anni prima della nascita di Sgarga quanti erano quelli che avevo io quell’estate. Potete sempre contare su uno scenicchiaro per una prosa ornata.
Signori della litweb, il reperto numero uno è ciò che invidiarono i serafini, i novocarnisti, ingegni polemici dalle nobili ali.

CONTINUA